Diario di un’aspirante ritrattista #2: Non il tuo volto

Quando dico di voler diventare una ritrattista non significa che da adesso in poi passerò le me giornate a studiare l’anatomia umana e le tecniche di rappresentazione per diventare un drago nel riprodurre volti e corpi.

Non voglio sviluppare un’abilità, se volessi farlo potrei indistintamente lanciarmi su qualsiasi altra cosa, come imparare a guidare una bicicletta senza mani, a ricamare sottane o a cucinare una torta sacher con una benda sugli occhi in tempo record.

Quello che voglio è essere curiosa, vivisezionare un “mestiere” mettendomi in un ottica nuova, comprendendone il significato, scoprendone le potenzialità, le possibilità e le modalità di espressione, “imparare a impararmi” imparando.

Partiamo con lo sfatare qualche luogo comune.

Tendenzialmente quando si dice “ritratto” si pensa immediatamente ad ogni tipo di rappresentazione di una persona secondo le sue reali fattezze e sembianze, associandolo alla riproduzione di un volto.

Ma il ritratto deve andare oltre. Deve scavare dentro al volto, al mistero celato dietro al suo sguardo, sfatare lo stereotipo dell’occhio.

Per un certo senso alcune civiltà antiche ci sono arrivate prima di noi.


Pensiamo ad una venere paleolitica o ad un fantasma di un racconto popolare giapponese. Proprio come nei quadri di De Chirico, ciò che li caratterizza non è il volto ma la sua assenza. E questa assenza non è dovuta da una mancata o ad una carente conoscenza di un soggetto ma ad una scelta dettata da precise condizioni sociali, culturali ed antropologiche. Nel caso delle veneri l’omissione del volto è banalmente dovuta al fatto che la donna era considerata un oggetto, e la mole del corpo era simbolo di prosperità fertilità e disponibilità di cibo. In Giappone l’omissione del volto rimanda ad una dimensione spirituale, e sembra voler far luce su inquietanti “verità” come la presenza della morte dietro l’angolo della strada che serenamente siamo soliti percorrere.

In De Chirico la volontà di oggettivazione supera la spontaneità primitiva e diviene momento di riflessione sulla condizione di alienazione dell’uomo nella società industriale, sulla perdita di controllo dell’io. I Protagonisti dei suoi ritratti non sono soggetti umani , ma oggetti animati che divengono perturbanti, che da familiari si rivelano improvvisamente estranei ai nostri occhi.

Tutti questi esempi per giungere ad una banale conclusione : il ritratto non è riproduzione meccanica ma un momento di riflessione e coinvolge più soggetti contemporaneamente : colui che ritrae, colui che viene ritratto e chiunque si trovi ad osservare il ritratto.

Il soggetto , a differenza di quanto si pensi, non è l “altro”, bensì la relazione che si instaura con esso, dove l’esso non deve per forza essere un individuo, ma anche un oggetto, uno stato d’animo, una stagione, e nella maggior parte dei casi, se stessi. Ciò che deve essere rappresentato deve essere un’invisibilità, resa nota mediante un racconto ispirato dalla tensione di un rapporto.

Il vero ritratto è quello che pone in maniera complessa la questione del senso, quello che c’è in gioco è il passaggio tra guardare per riprodurre a osservare per disvelare.


Uno degli autoritratti che più mi ha colpito è quello dell’artista svizzero Urs Luthi, che ha dedicato l’intera vita a rappresentare le molteplici tappe della sua metamorfosi da giovane ragazzo a donna matura. Il ritratto in questo caso non è immagine fine a se stessa ma processo che finisce col testimoniare un’inquietudine esistenziale legata ad una difficoltà nel riconoscersi, in sostanza una verità profonda del proprio essere, l’invisibile.


Ed eccoci qui al succo della questione: come si fa ad approcciarsi a questa invisibilità? Come poterla rappresentare?

Mi piacerebbe scoprirlo. Farò in modo di tenervi aggiornati sulle mie piccole scoperte e sui miei ancora piuttosto goffi esperimenti.

Un abbraccio

Glomarì



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