Diario di un’aspirante ritrattista #3: Distante dall'esserlo

Questa settimana è stata un po’ strana per me. Sono cambiate alcune cose, o lo faranno presto, devo ancora capire se nel bene o se nel male.

L’imminenza di una scelta ha di nuovo bussato alla mia porta, ho preso coraggio e mi sono decisa ad aprirla. E chi c’era dall'altra parte?

Io.

Mi sembrava di non conoscerla, tanto da non avere il coraggio di usare il verbo riflessivo.

Mi sono sentita distante. Enormemente distante da “io”.

Ed è su questa sensazione di distanza che vorrei soffermare la mia attenzione.

Poco tempo fa ho letto una frase che mi ha fatto riflettere parecchio, che mi ha lasciata spiazzata, un po’ come quando assaggi un piatto mai visto, ti aspetti che si tratti di qualcosa di salato ed invece no, è dolce. E fai fatica a definirlo, a dire quanto quel sapore ti piaccia o meno, perché la mente rimane indissolubilmente legata a quello stupido shock primordiale, tanto repentino quanto inaspettato.

La creazione consapevole della distanza tra l’io e il mondo esterno è ciò che possiamo designare come l’atto fondamentale della civilizzazione umana”.

Appena ho letto questa fase sono rimasta folgorata. Subito non ne ho compreso il sapore, mi aspettavo qualcosa di estremamente amaro, ed invece, rileggendola e riflettendoci sopra più e più volte, ho capito che si trattava di qualcosa di molto, infinitamente dolce, e quando l’ho realizzato mi sono commossa.

Aby Warburg quando parla di distanza si riferisce in modo piuttosto esplicito a quella che lui chiama iconologia dell’esitazione.

Ciò che distingue l’uomo dagli altri animali, ridotto ai minimi termini, è la distanza (Zwischenraum)

che intercorre tra l’impulso e l’azione, l’esitazione appunto.

Pensiamo, riflettiamo, pianifichiamo, procrastiniamo e, poi, forse, agiamo. La produzione artistica può essere vista come l’esclusione per eccellenza di un movimento riflesso acquisito in via primaria. Gli artisti si allontanano miglia e miglia, raggiungono le nuvole ( dove tendono a vivere, come si suol dire) e la cosa veramente incredibile è che facendolo, per pura magia, improvvisamente, si trovano vicinissimi alle cose.

La sensazione di distanza che ho provato quando ho aperto quella porta non è stata la solita. Scusate il gioco di parole, ma credo di essermi sentita distante dall'essere distante dalle cose.

Quando ero piccola ero sempre arrampicata su di un qualche albero, in alto, e da lassù vedevo tutto, se cadevo mi maciullavo, ma non avevo paura, ero serena e distante. Un giorno ho smesso di farlo, e mi strugge da morire il non ricordare quando, il non aver dato il giusto peso ed il dovuto addio ai miei amici alberi.

Penso che crescere per me abbia voluto dire scendere da quell'albero. Penso che in generale crescere sia un avvicinarsi alle cose. Eppure stando lontani se ne vedono molte di più, ed io l’ho sempre saputo, per questo nonostante abbia da secoli abbandonato la mia carriera da arrampicatrice professionista, ho avuto la tendenza a divagare, a rimanere “sospesa”.

Ma questa settimana mi sono buttata, mi sono avvicinata drasticamente e istintivamente a qualcosa. Non dico che si tratti di una cosa negativa, anzi, probabilmente, sicuramente, è un gran bene. Non ci son più le nuvole di una volta, di questi tempi sono un bel po’ inquinate, quindi star lassù non giova alla salute.

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E’ triste dirlo, tanto più ammetterlo, ma credo che la società in cui viviamo sembra voler annullare la distanza che per secoli e secoli ci siamo sudati, lo spazio della preghiera, il mondo dell’arte. Siamo la società del tutto e subito, del contatto elettrico istantaneo, che stritola, tra le sue fauci voraci , il pensiero mitico e simbolico ed il loro sforzo di spiritualizzare il rapporto fra l’uomo ed il mondo. E credo che stiano persino smettendo di esisterei bambini, quanta amarezza nel vederli attaccati ad un cellulare , disinteressati ai sassolini dalle forme bizzarre, alle formiche, ai colori delle foglie autunnali, agli alberi.

Cosa c’entra tutto questo coni ritratti? direte voi. C’entra, Prima di tutto perché sono fermamente convinta che ritrarre sia uno dei modi più eleganti ed esemplari per allontanarsi dalle cose per poi capirle in modo diverso ed epifanicamente nuovo, un esercizio per riconquistare quello “spazio della preghiera” di cui il mondo di oggi sta pian piano derubandoci, illudendoci molto tatticamente ed “intelligentemente” di avere in cambio qualcosa di meglio. Ma anche perché questo mio stato d’animo attuale mi ha turbata a tal punto che ho sentito il bisogno di immortalarlo in un’immagine.

In tutto l’intreccio di sensazioni e pensieri confusi di questa settimana, una cosa mia ha colpita, mi ha fatto dedurre in maniera pressoché scientifica, che qualcosa in me è cambiato:

Ho sentito l’irrefrenabile voglia e bisogno di comprare una maglia tinta unita. E non una tinta unita sgargiante e simpatica, ma un colore scuro, tra il verde ed il grigio, quello che si suol dire color can che sfugge.

Sembra un dettaglio inutile e alquanto sciocco, ma per me non lo è, dal momento che da una vita non faccio altro che collezionare le più bizzarre delle fantasie su lana e stoffa.

Sono passata dall’attenzione meticolosa e appassionata alle forme ed al loro abbinarsi al colore al disinteressarmene. Ultimamente la tinta unita mi fa sentire a mio agio. Perché? Eppure.

Quindi ecco qui un mio nuovo autoritratto. Ecco come mi sento. Ecco cosa vuol dire per me essere distante dall’esserlo.


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