Diario di un'aspirante ritrattista # 5 : al centro della periferia


Due anni fa esatti mi trovavo a Wroclaw, in Polonia. Non si trattava di una vacanza ma di un progetto che da universitario si trasformò in spirituale ed esistenziale, per certi aspetti.

Wroclaw è tuttora capitale della cultura Europea, e l’obiettivo del progetto che intrapresi quel bellissimo e stravolgente anno che è stato il 2014, assieme all’ Université Libre de Bruxelles, era quello di interrogarsi sul significato di identità culturale in un contesto sociale politico ed economico globalizzato, sull'importanza della diversità, del multiculturalismo, sul ruolo dell’architettura in questo mondo che si sta trasformando in un “bell'impasto”, così omogeneo e “perfetto” da nascondere gli ingredienti che ne fanno parte.


A quei tempi non mi definivo ritrattista, ma guardavo le cose allo stesso modo con cui le guardo ora, cercando di capirle, interpretarle.

Quando mi diedero il compito di trovare un modo di ricostruire l’identità di una città meravigliosa e complessa come quella di Wroclaw non fecero che sfondare una porta aperta, dal momento che nel mio dizionario mentale interrogarsi sull'identità significa ritrarre.

La sfida divenne ancora più interessante perché non mi venne chiesto di ritrarre una persona ma una città, un insieme infinito di segni la cui forma manifesta è solo un piccolo ed insignificante frammento di quello che realmente “è”, una storia dilatata nel tempo fatta di altre storie fatte di storie, e così all’infinito.

Ma d'altronde cos'è una persona se non un insieme infinito ed incontrollato di pulsioni che brulicano incessantemente al di sotto di una, tutto sommato, piatta e stabile apparenza?


Datemi pure della matta, ma credo che alla fin fine gli uomini altro non sono che delle città, dove il centro storico, la sua piazza ed i suoi palazzi rappresentativi, sono ciò che vogliamo mostrare di noi stessi, quello che gli altri vedono, e dove le periferie, quei luoghi ambigui, fatiscenti, sporchi , scrostati, vergognosamente autentici, sono molto più difficili da raggiungere, perché il GPS non basta.

E’ per questo che quando vado in una città tendo ad evitare i luoghi preconfezionati, quelli caldamente consigliati dalle mappe turistiche che pullulano di free wifi e selfie stick, voglio vedere ciò che si preferirebbe tenere nascosto.



Ciò che colsi di Wroclaw, quella che io individuai come “identità” lo sintetizzai in un paio di video.

Al di la della qualità piuttosto scarsa delle immagini, data la mancanza di una telecamera da top player, credo si tratti di un ritratto ben riuscito perché tutte le volte che li riguardo mi commuovono e mi sembra di camminare per le vie di quella burbera ma sotto sotto affettuosa e timida città.

In particolare ricordo quando la sera del 1 novembre mi recai nel cimitero.

Quel luogo silenzioso che io amo infinitamente, la parte più dimenticata di ciò che comunemente viene dimenticato di una città, ne divenne il centro. Centinaia di persone con le loro preghiere e le loro candele lo trasformarono in quello che per me è, e resterà, il luogo più bello del mondo, dove c’è tutto anche se tutto tace.

Quella notte andai a dormire con un sentimento di infinita fiducia nelle persone e nel mondo, un mondo che è ancora capace di ricordare ed amare le periferie, proprio come me.






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