Diario di un'aspirante ritrattista # 6: l'arte di ritrarre i luoghi sulle orme del Genius lo

E’ possibile ritrarre un paesaggio? Io penso proprio di si, proprio per questo ho trascorso due mesi intensi a riflettere su come interpretare e dare forma agli infiniti segniche lo costituiscono.


I luoghi hanno un volto. Anzi, avete ragione, non ce l’hanno, ma hanno un’anima, una personalità complessa ed enigmatica, una saggezza profonda che troppo spesso tendiamo ad ignorare.


Gli antichi romani veneravano una divinità che chiamavano Genius Loci, garante dell’identità dei luoghi, della loro singolarità, espressione della sensibilità verso il paesaggio, del bisogno di rispettarlo e salvaguardarlo.

Con il passare degli anni, dei secoli questo spirito protettore è stato dimenticato, ridotto a mero concetto astratto, il Genius loci è invecchiato e perisce negli angoli più dimenticati del terzo paesaggio, sfiduciato e diffidente nei confronti di quel genere umano che lo ha tradito.


E’ proprio in quei luoghi che sono andata a cercarlo, ripercorrendo, in compagnia del mio amico Luca, i territori apparentemente privi di interesse e peculiarità attraversati dalla via Francigena da Fiorenzuola a Fornovo, laddove il Genius loci si è esiliato.

Lo abbiamo intravisto più e più volte. Abbiamo trovato le sue scarpe per terra, inseguito le sue impronte sulla terra battuta, sui sentieri nebbiosi, scoperto quali sono le sue “abitudini”, i suoi colori preferiti, le sue cicatrici.

Ed infine, dopo il lungo viaggio, lo abbiamo ritratto: gli abbiamo costruito una casa, la sua casa.


Il ritratto diventa viaggio, un’esperienza tridimensionale tra le pareti simboliche dello spazio in cui vive, nel labirintico spazio della sua mente, dove immagini e pensieri si collocano talvolta chiari e lampanti, talora disordinati e casuali come le foglie d’autunno.










Quell'aggregazione di frammenti si fa viaggio, viaggio alla scoperta di quella divinità schiva ed introversa, che ama camminare scalza lasciando spesso in giro le proprie scarpe, che colleziona foglie secche, nani da giardino e silenzi, che mangia alimenti biologici, che ama il colore rosso dei pomodori ed il giallo dei campi di grano, che si sveglia presto la mattina senza fare colazione, che sa ascoltare ciò che nemmeno sai di voler dire, che trasforma in musica il ritmo dei tuoi passi, che ha vissuto la guerra, tutte le guerre, ma non gli piace parlarne, che ama contemplare le forme delle nuvole così come quelle delle scrostature sui muri delle vecchie case di campagna, che la notte per addormentarsi conta i pali della luce anziché le pecore, che ama indossare vestiti che sanno di bucato, che ride spesso da solo, che è un tipo molto ospitale, tanto da avere quantità di seggiole da poter ricevere centinaia di ospiti, ma nessuno va mai a trovarlo, che ama gli animali, soprattutto i cani, ne tiene molti nel suo cortile, forse per paura che qualche ladro gli rubi ciò che di più prezioso possiede.

Quello che molti chiamano niente.



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